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   La vita notturna nell'antica Roma

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Autore: Karl-Wilhelm Weeber

Casa editrice: Newton & Compton editori

Anno di edizione: 2005

Pagine: 176

 

 
 
     
     
 
   Gli antichi abitanti dell'Urbe dal tramonto all'alba

«L’ostessa Sirisca…, esperta nel muovere i fianchi agilmente, a tempo di nacchera, danza lasciva, ebbra nella taverna affumicata, agitando i gomiti al suono rauco dei flauti» (Pseudo Virgilio). Le osterie dell’antica Roma saranno anche state fumose e spesso sudicie, ma qualche simpatico intrattenimento evidentemente lo offrivano alla clientela, di solito modesta, ma ben in grado di apprezzare – come mille anni dopo Cecco Angiolieri – “la donna, la taverna (cioè il vino) e il dado”. Gli avventori, cioè sbrigativi amatori, crapuloni e giocatori d’azzardo, trovavano in questi locali l’ambiente più adatto per le loro esigenze, in rapporto beninteso alla modestia delle loro borse, alla modesta virtù delle cameriere disponibili per il dopocena e al vino annacquato. Certo questi locali non erano, di solito, di gran classe, non ci si poteva sdraiare su comodi lettini per mangiare e bere (così accadeva nella buona società romana), bisognava sistemarsi su seggiole, ma la compagnia, magari non sempre rispettabile, era spesso simpatica, e poi, oltre alle ragazze, sovente anche la padrona della taverna non era irraggiungibile…così uno dei clienti, non esattamente un gentleman inglese quanto a signorile riservatezza, immortalò il proprio successo erotico con la proprietaria del locale incidendo un tal graffito sul muro: futui cauponam (l’ostessa). I nostri clienti delle taverne erano fra i più numerosi protagonisti de La vita notturna nell’antica Roma, non privi di ardimento, giacché avventurarsi di notte per le vie dell’Urbe era a quel tempo alquanto pericoloso. Forse esagerava il moralista e brontolone Giovenale allorché consigliava chi usciva nottetempo di fare prima testamento, ma, se la stragrande parte dei Romani rimaneva in casa dopo il tramonto qualche ragione doveva pur esserci. Eppure un mondo di nottambuli esisteva, eccome, con i suoi divertimenti, i vizi e gli stravizi, le occasioni più o meno divertenti, nel buio della notte o alla luce delle fiaccole. Ci parla di loro lo studioso tedesco Karl-Wilhelm Weeber, in un suo recente saggio divulgativo, vivace e ben documentato. Dalla fauna dei seribibi (bevitori notturni), ai giocatori preda del vizio dei dadi (ce n’erano anche in alto loco, compreso Caligola, che però barava con dadi davvero speciali), alle prostitute/i (dalle peripatetiche più a buon mercato alle cortigiane d’alto bordo, talora con pretese intellettuali e/o raffinate, come le etere greche) ai teppisti o malandrini e ai dongiovanni in vena di spesso faticose avventure notturne, il quadro è quello di un mondo sovente poco raccomandabile. Per parlare proprio di personaggi davvero poco raccomandabili, vi erano innanzitutto gli ubriaconi attaccabrighe che di notte attendevano i passanti per dar sfogo – come ricorda Giovenale – ai loro istinti aggressivi eccitati dal vino. E solo la velocità poteva consentire di sottrarsi alle legnate. Ma vi era di peggio, già a partire dal V a.C., giovani aristocratici in vena di trasgressione si divertivano spesso durante la notte ad aggredire chi incontravano, così, tanto per ammazzare il tempo e fracassare la testa al primo malcapitato. D'altronde l’illuminazione notturna nelle vie era quasi inesistente, se non nelle grandissime occasioni, la polizia non aveva una gran presenza, e poi, se si era di buona famiglia, ce la si cavava sempre o quasi con la giustizia. Poteva, però, capitare a un teppista d’altissimo rango, Nerone, di prenderle di santa ragione da una vittima più nerboruta del previsto, e allora era costretto a nascondere con assenze diplomatiche a Corte i bernoccoli difficili da giustificare. Quanto alla prostituzione tradizionale, oltre che nel retro delle taverne si svolgeva nei fin troppo noti lupanari, così scomodi, per la verità (ci si praticavano incontri ravvicinati del quarto tipo in anguste celle), che la clientela doveva esser per forza sollecitata a sbrigarsi, senza inutili conversari. A un livello più alto, chi aveva qualche soldo che avanzasse poteva investirlo ricorrendo ad “agenzie” che offrivano accompagnatrici ben disponibili per una notte o più: le brave ragazze – ricorda Weeber – «dovevano…dimostrare di avere almeno una parvenza d’istruzione e , cosa più importante, essere in grado di creare un’atmosfera stuzzicante, sedurre e lusingare il proprio compagno». Si può pensare che le poverette dovessero persino stare ad ascoltare i clienti, adularli, e fingere interesse per i loro sfoghi. Ad un livello ancora più elevato, e sovente con amicae, mantenute d’alto bordo ci si divertiva, e beveva davvero parecchio, nel dopocena: stiamo parlando ovviamente di cene del genere di quelle di Lucullo e di Trimalcione, nelle residenze più esclusive di Roma o nelle ville estive di Baia, sulla costa campana. Dopo la cena veniva il momento della commissatio, la bevuta rituale sotto la guida di un rex bibendi; questo fine serata era accompagnato da giochini, indovinelli, bravure di acrobati, esibizioni di flautiste, soprattutto delle ballerine di Cadice, specialiste in sensuali danze con le nacchere e molto apprezzate anche per la loro abilità successive…si agitavano «con tale brivido da far fare qualche schifezza perfino al casto Ippolito» o «far rizzare anche il tremolante Pelia». Le ragazze di Cadice avevano, per pensare ai tempi nostri, un effetto del tutto simile a quello che hanno oggi le ballerine di striptease sui clienti dei nightclub, romani e non. Insomma c’era tutto un mondo notturno, non necessariamente e sempre riprovevole, che Weeber descrive simpaticamente, riuscendo a soddisfare la curiosità del lettore e talora facendolo riflettere sul fatto che le debolezze e gli sfoghi dell’uomo in fondo sono sempre gli stessi…

 

Enzo De Canio

 
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