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   Liuto e chitarra a Bergamo nei secoli

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Autore: Giacomo Parimbelli

Casa editrice: Ed. Villadiseriane

Anno di edizione: 2005

Pagine: 320

 
 
     
     
 
   600 anni di musica

Secondo la mitologia greca il neonato Hermes sgusciò dalle fasce e, peregrinando, trovò sulla spiaggia un guscio di tartaruga; ne ricavò la prima cetra, per gli antichi Greci “kithara”. Era uno strumento rudimentale con le sue budella di agnello a mo’ di corde, ma ha dato il nome alla chitarra odierna. Non così lontano nel tempo e nello spazio, anzi proprio in casa nostra, possiamo vantare una lunga e fervida tradizione in questo campo, oggetto dell’importante lavoro del chitarrista Giacomo Parimbelli, che di questo strumento si è occupato nel suo recente Liuto e chitarra a Bergamo nei secoli, frutto di quindici anni di ricerche e «notti insonni nell’attesa dell’orario di apertura di Biblioteche Civiche, Archivi e Fondi Musicali di mezza Italia». Parimbelli ha avvertito questo suo impegno saggistico come «dovere per quanto di obliato vi è stato attorno alla chitarra e al liuto, due strumenti principi tra il popolo e la nobiltà, nel repertorio sacro e profano». Sin dalle prime pagine si avverte la passione che accomuna i creatori e gli amanti della musica, sin da tempi immemori, la stessa che lega Parimbelli, chitarrista, storico e anche collezionista d’oggi, a chi nei secoli scorsi, per mantenere efficiente il proprio liuto, spendeva l’equivalente del mantenimento annuale di un cavallo e poi conservava lo strumento (si usava) nel letto durante le stagioni umide. C’era una sorta di doppio filo – vien da pensare –  tra grandi compositori, liutai e la provincia bergamasca, quasi catalizzatrice dei maggiori ingegni, che, anche foresti, prima o poi convergevano da noi. Così Petrarca, che del liuto si serviva per modulare i suoi versi – soggiornò almeno tre volte al castello di Bernabò Visconti a Pagazzano – e Giuseppe Mazzini, che nel 1848 incitava il popolo bergamasco a nuovi eroismi: egli era annoverato – ci informa Parimbelli – nel Dizionario dei chitarristi e liutai. Bergamasco doc era invece Evaristo Baschenis, grande pittore certo, ma anche musico. Nel panorama che Parimbelli ci illustra con grazia e precisione dalla fine del Quattrocento alla metà del Novecento, seguendo l’animato cammino storico che parte da Giovanni Antonio Terzi, liutista per terminare con il chitarrista Benvenuto Terzi, non mancano Mayr e Donizetti. Quest’ultimo scrisse anche per chitarra. Ma il fatto più rilevante nel testo è la riscoperta delle figure meno note della storia chitarristica bergamasca, dai capostipiti della liuteria alla prima chitarra attestata in Bergamo (nel 1623), dai tempi del conio del vocabolo stesso “liuter” a Martinengo a quelli delle prime traduzioni in notazione moderna di più antiche intavolature, e oltre.

 

Veronica Borgo

 
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