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   L'uomo che uccise Gesù

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Autore: Massimo Centini

Casa editrice: Ananke

Anno: 2006

Pagine: 286

 
 
     
     
 
   Storia e leggenda di Ponzio Pilato

«Si faceva chiamare Gesù Nazareno. Più tardi venne crocifisso, non ricordo per quale delitto. Ponzio, ti ricordi di quest’uomo?

Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia e si passò una mano sopra la fronte, come se stesse cercando di ricordare. Poi, dopo una breve pausa, mormorò: Gesù? Gesù il Nazareno? No, non ricordo». Chissà se davvero, come immaginava a fine ‘800 Anatole France, Ponzio Pilato, al termine della sua carriera, non rammentava neppure l’evento di cui era stato protagonista, avendone perso la memoria in mezzo a quella di tanti altri episodi del suo decennale, poco tranquillo e fortunato, governo della Palestina romana. Eppure proprio quel drammatico processo, nel corso del quale la volontà del giudice fu piegata dalla folla e dai suoi altolocati sobillatori, ha consegnato all’immortalità il nome di Pilato, personaggio che in altro caso sarebbe certamente finito nel dimenticatoio. Dato che, al di fuori di tale episodio, le notizie di lui sono abbastanza limitate. Al governatore romano che, a ben vedere, incarnò il tipo umano di don Abbondio nell’occasione più importante della Storia ha dedicato un approfondito studio l’antropologo Massimo Centini, autore, fra l’altro, di un saggio su un’altra figura di quelle tragiche ore: Giuda Iscariota. Basandosi sulle fonti evangeliche, sugli apocrifi, sulla seppur limitata documentazione storica (soprattutto Giuseppe Flavio) e su quella archeologica, Centini riesce a tracciare per il lettore un quadro attendibile del personaggio e dei comprimari dell’Evento. Di famiglia aristocratica sannita, Pilato faceva parte di quel ceto italico benestante che andava emergendo, dal periodo cesariano in poi, e stava prendendo le redini del potere accanto e in sostituzione della tradizionale nobilitas di “Romani de Roma”. Protetto ed amico del potente Elio Eliano, prefetto del Pretorio di Tiberio, Pilato fu inviato a governare una provincia particolarmente indocile, la Giudea. Probabilmente non era in senso stretto antisemita, come sembra incline a credere Centini, di sicuro non comprendeva la mentalità e la sensibilità dei suoi sottoposti che finì per giudicare fanatici, infidi e potenzialmente (e talora effettivamente) ribelli. In più occasioni commise l’errore di provocare gli Ebrei nei loro più sacri tabù religiosi (ad es. ostinandosi a voler portare le imagines di Tiberio dentro le mura di Gerusalemme o cercando di attingere alle casse del Tempio per la costruzione di un acquedotto) e, di fronte all’ostinata resistenza popolare, dovette fare marcia indietro, con una discreta umiliazione per sé e per l’orgoglio romano. E fu umiliato anche allorché cedette alla volontà del popolo di Gerusalemme nel caso di Gesù, pur se fece quasi tutto quello che poteva per salvare quel predicatore che sembrava così strano, ma innocente a lui, figlio di una Roma pagana ed un po’ epicurea. Probabilmente i Sadducei del Sinedrio vollero ad ogni costo la morte di Gesù non solo in quanto ai loro occhi bestemmiatore, ma anche per evitare – su questo insiste Centini - che la sua azione potesse provocare disordini che sarebbero stati repressi con particolare durezza da Pilato, ai danni di tutto il popolo ebraico da lui poco amato. Il nostro governatore concluse la sua carriera qualche anno dopo. Seiano era caduto, Pilato represse spietatamente un’agitazione dei Samaritani e Tiberio, di fronte alle proteste, lo richiamò a Roma. Qui ne perdiamo le tracce, il Nostro entra nella leggenda o come maledetto destinato al suicidio (o peggio ancora) o, stranamente, come santo (tale è per la Chiesa copta), o almeno «già in sua coscienza cristiano» (Tertulliano). In ogni caso strumento di un disegno Superiore.

 

Enzo De Canio

 

 
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